Intervista a Giuseppe Ottomano autore del libro “1986”

Buondì e buone letture a tutti! Oggi per voi une bellissima intervista all’autore di “1986” Giuseppe Ottomano. Ho già letto e recensito il suo libro, mi è piaciuto davvero molto e per invitarvi a leggerlo ho voluto fare qualche piccola domanda all’autore. Se siete interessati a leggere la mia recensione cliccate qui.

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D – Com’è nato il tuo libro?

R – In primis “1986” nasce per raccontare uno spaccato dell’Italietta di una trentina d’anni fa, e allo stesso tempo un tipo di mentalità che era molto comune nei giovani maschi dell’epoca. Non è stato nelle mie intenzioni criticare e neppure mettere all’indice questo modello comportamentale, ma soltanto rappresentarlo nella sua inesauribile carica di comicità involontaria. A parte questo, ho voluto trasmettere un messaggio più profondo: il valore del tempo, che ci scorre davanti inafferrabile. Così ho provato a ribaltare le condizioni; e per mezzo di un paradosso temporale i due protagonisti del libro vivono una staticità pressoché assoluta nel corso di un trentennio, e questa staticità non risiede solo nel loro modo di essere, ma anche in uno scenario storico che rimane immutato.

D – C’è un pizzico di te in Andrea e Tommy?

R – Spesso in letteratura un autore tende a mimetizzarsi dietro personaggi immaginari per delineare tratti della propria personalità, della propria vita o addirittura delle proprie aspirazioni. Ma ovviamente non è solo questo, e pur prendendo spunto dal vissuto personale, cerca di delineare figure che siano il più possibile originali. Nel caso di Tommy e Andrea, i due protagonisti di “1986”, posso dire che rappresentino la sommatoria di più personalità in cui ho avuto occasione d’imbattermi, compresa in parte la mia. Resta inteso che nel tratteggiarli ho preso a riferimento quello stereotipo, o meglio quella caricatura, del maschio italiano degli anni Ottanta, a cui ho accennato prima.

D – Fantastica l’idea del viaggio per l’Europa: sei anche tu un viaggiatore? Hai visitato gli stessi luoghi dei nostri protagonisti?

R – Come tanti altri, anch’io adoro viaggiare. E in veste di viaggiatore, in passato ho visitato i luoghi, in cui è ambientato il romanzo. Quindi, per descriverli ho attinto anche ai miei ricordi personali. Ho voluto intendere il viaggio come una metafora dell’esistenza. Il viaggio raccontato nel libro va avanti, ma ogni nuovo luogo sembra rassomigliare al precedente, come se si trattasse di un percorso che converge inevitabilmente sempre sulla stessa meta. Milano è il punto di partenza, come se fosse l’inizio di una semiretta, mentre Berlino, pur essendo l’ultimo capitolo del romanzo, non rappresenta il punto d’arrivo. Infatti la storia rimane sospesa, facendo balenare l’impressione che la saga dei due protagonisti possa andare avanti all’infinito.

D – Perché hai voluto ambientate il tuo libro nel 1986?

R – A essere franchi ci sono due motivazioni: una di carattere “celebrativo”, in quanto il 1986 cade esattamente trent’anni fa, e un’altra più personale. Infatti, nel 1986 avevo vent’anni e avevo riacquisito lo status di libero cittadino dopo il servizio militare, proprio come i due protagonisti del romanzo. Pertanto è un momento storico che conosco direttamente e di cui conservo un ricordo ancora abbastanza vivido. Raccontandolo, ho avuto occasione di approfondirlo, e devo dire che è stata un’operazione intrigante. Era un’epoca in cui una parte della gente provava un’irrimediabile nostalgia dell’atmosfera crepuscolare degli anni Settanta, mentre un’altra parte ne festeggiava l’addio cercando di darsi alla pazza gioia in un rito che voleva essere un inno al ritorno alla vita. Eppure in realtà questa apparente euforia conteneva una inquietante carica edonistica e un’esaltazione della superficialità in chiave anti-intellettualistica, sostanzialmente un rigetto del decennio appena passato.

D – C’è una scena a Nizza che riguarda Andrea e il bagno che mi ha fatto morire dal ridere, rido tutt’ora; come ti è venuta in mente una scena del genere? Io la trovo fantastica! E soprattutto quanto hai riso a scriverla?

R – Apparentemente può sembrare una scena di umorismo crasso, ma in realtà ho voluto raffigurare uno spaccato del carattere maschile. Andrea, il protagonista, è un personaggio esuberante e temerario, tanto che dà l’impressione di non conoscere il significato della paura, quasi fosse la reincarnazione di un pirata vichingo; eppure ha un suo tallone d’Achille, per la precisione nella stipsi, di cui non è chiaro se soffra davvero, o se più banalmente la interiorizzi per ipocondria. Così “l’impavido Andrea” si trasforma in una sorta di “Calimero”, e drammatizza la situazione fino al parossismo, toccando un vertice, anche a mio parere irresistibile, di comicità.

D – Ultima domanda, hai mai incontrato i tuoi personaggi in sogno? Te lo chiedo perché a me spesso e volentieri capita, soprattutto quando un libro mi prende molto mi succede di sognare i personaggi e i luoghi del libro.

R – Sai, Sabrina, come ho già precisato, i miei personaggi immaginari nascono da contesti reali, e una parte di questi li incontravo quasi quotidianamente nella vita reale. Oggigiorno li incontro più di rado, perché le persone e il contesto storico-sociale si sono trasformati profondamente. Con ogni probabilità abbiamo perduto quella vena di spensieratezza e incoscienza, che a guardarla in retrospettiva, ci rendeva meravigliosamente pittoreschi.

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